Giorno 26: Relazioni tossiche o tossici di relazioni?

The Artist | Beer Guinness

Marzullo docet: fatti una domanda e datti una risposta; la mia risposta ultimamente è “e sti cavoli” (traduzione edulcorata).

Le relazioni umane sono complesse; più semplici quelle con i nostri pets (non li abbandonate, stolti!): schiavi dei gatti, sudditi dei cani. Conigli e criceti, pure, credo… non saprei, l’unica relazione che ho avuto con un criceto è finita con i suoi escrementi sulla mia mano, ma l’ho amato lo stesso.

Dicevamo che le relazioni rischiano di essere dannose, senza tanti giri di parole, non siamo su un sito di psicologia. Penso che in mezzo capiti di metterci dinamiche di cui non siamo nemmeno coscienti di esserne capaci. Per esempio, andando in psicoterapia, ho scoperto che la mia gatta è l’oggetto transizionale della mia famiglia: attraverso di lei ci complimentiamo e ci sbaciucchiamo. Lei ci odia o a malapena ci tollera, e ne ha motivo: perché non ne può più di finire a fare l’acqua santiera.

Solo che ultimamente mi pare che si debba dare una connotazione specialistica anche alle azioni più banali, quelle che ti fanno partire un “vaffa” semplice semplice, senza conseguenze; e così ci si ritrova su Google a diagnosticare presunti disturbi di personalità, ad impanicarci nei confronti degli altri, sempre malevoli, sempre nascosti.

Ora, parlare di salute mentale è fondamentale per una società sana e rispettosa, ma nemmeno banalizzarla. E tutto questo accesso indiscriminato ad informazioni decontestuallizate, scusate, ma secondo me non fa bene. Esistono i tratti di personalità ma non vuol dire che siamo tutti malati.

Sicuramente qualcosa si è reso evidente, il malessere è papabile, ma secondo me non sempre dipende da ciò che siamo noi, semplici esseri umani in cerca di futuro, ognuno per come gli pare.

Perciò ci spendiamo e consumiamo relazioni a ritmo di click, like, selfie, cool, look, reel, post etc, etc… i linguaggi cambiano, per carità, ma secondo me, per chi è giovane si scatena un vuoto inspiegabile e per chi è più datato è una corsa contro il tempo. O no?

Io ci penso, ai più giovani. Me li abbraccerei tutti (quasi, devo ancora convincermi sulle legnate metaforiche).

Guardate che la società che gli stiamo consegnando è al delirio: ma non per la salute mentale, per la cattiveria e la competizione in cui si viene trascinati.

Come si fa a crescere senza avere un minimo di tolleranza verso se stessi, senza un po’ di autoironia? Ecco che si scatena il bisogno di darsi un’etichetta per includerci, di essere resilienti, di portarci sempre al limite di ogni cosa; etichettare un proprio diritto: perché non creare un tag? E se diventa popolare allora abbiamo sdoganato l’argomento. BUM!

In tutta questa frenesia, abbiamo banalizzato le regole basilari per vivere sereni. Non possiamo essere sereni. Non per come riteniamo noi essere sereni. Dobbiamo rendere conto sempre e comunque di come siamo e di cosa facciamo. Se il tutto fosse dedicato a un senso civico, beh, mi sembrerebbe il minimo. Ma è tutto solamente autoreferenziale.

Quindi, forse, dare spazio alle singole cose e situazioni restituirebbe un po’ di credibilità a questo circo.

In buona sostanza: ok, ma state calmi e ascoltatevi i Qvintessence e il loro album omonimo. Proprio loro affrontano le cose sempre dal punto di vista inaspettato: non chi viene lasciato ma chi lascia, non chi ha rimorsi ma chi ha rimpianti e non chi ha risolto ma chi ancora combatte per risolvere.

Basta, pippone finito. Birretta?

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