Sugan: Straight To Be A Man?

Artista: Sugan
Album: Straight To Be A Man
Genere: rock, pop
Grado di rischio: REALE di incollarsi alla sua musica

Matteo Sugan

“Ci vogliono mille voci per raccontare una sola storia.”

Mai proverbio è stato così azzeccato come questo detto (credo dei Nativi) in tempi così ingarbugliati, in cui tutto emerge e tutto si affossa. Nell’era della comunicazione costruiamo una gigantesca Torre di Babele: digita digita. Io lo dico per scherzo ai miei amici quando mi mandano messaggi (che odio), ma effettivamente è tutto un “digita digita”.

Sì, davvero, odio digitare. Odio digitare soprattutto quando decido di preparare una torta perché finalmente ho un pomeriggio libero: le dita mi servono e deliberatamente vi ignoro.

Quindi tutta intenta a preparare la ricetta che anima il mio entusiasmo culinario, mi trovo a canticchiare quella colla di ritornello “you’re mad at me, you don’t teach me well, Haven’t been raised like a child but straight to be a man” che Sugan si è inventato. E, mentre canticchio e ballonzolo, metto lievito a caso; perché non ci becco mai col lievito.

Quando Sugan si è imbucato nella nostra cassetta postale non credo si riferisse all’era digitale che tutto schifo non è; certo che, in un qualche modo, il suo nuovo singolo Straight to be a man lo ha descritto chiaramente: la discriminazione è l’equilibrio sociale.

Sugan | Straigh To Be A Man

Ahimè, è vero!

Questo succede perché se vale una cosa necessariamente non deve valerne un’altra. Questo succede perché ci si impone degli standard che hanno a che fare con la performance. E poco importa delle voci che dicono di andarci piano, che dipende, che insomma, siamo umani e che non tutto c’entra col risultato. E poco importa se alla bilancia che pende un po’ di qua e un po’ di là, ormai, è venuto il mal di schiena: qualcuno deve vincere e qualcuno deve perdere, punto.

Non che questo si svolga solo sui social: si svolge prima di tutto nella vita reale, che abbiamo permeato molto col “digita digita”.

Ma la vita è lì pronta a ricordarci che l’abbiamo cotta poco e male, e che quindi esistono ancora dita puntate, prevaricazioni, odio senza senso, fastidi inspiegabili e via dicendo. La meravigliosa arte del saper dire le cose, inclusi i momenti in cui tacere, ha cambiato direzione, portando al parossismo anche le cose più ovvie.

Quindi la torta che avevamo preparato con tanta cura, speranzosi del risultato, la troviamo bellina fuori ma cruda dentro e sa anche dannatamente di lievito.

Odio il sapore del lievito. Non so voi, ma lo odio quanto il “digita digita”.

Quindi, caro il mio Sugan, meno male che ci sono voci che le cose le sanno dire bene, con una certa spontaneità ancora integra e non abilmente mistificata dall’arte del saper dire le cose non inclusa quella del saper tacere: spariamole a tutto volume.

La tua è una di queste.

Mi fai sperare che la prossima torta verrà meglio.

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